#255 Chi sopporta il rischio?
La newsletter di Solo Moda Sostenibile
Sentirsi da soli ad affrontare una determinata situazione ci rende meno determinati ad affrontare le cose. Le migliaia di aziende italiana che lavorano per brand e retailer si sentono schiacciati da una situazione che pensano che riguardi solo loro: ma non è così. Anche nel Regno Unito la filiera che ancora sopravvive ha problemi molto simili ai nostri. Un nuovo studio rileva i brand trasferiscono sistematicamente il rischio finanziario alle fabbriche che realizzano i loro prodotti, attraverso pratiche tariffarie, disdette e condizioni contrattuali che favoriscono costantemente l’acquirente.
Il rapporto “Who Pays? Brand Purchasing Practices in UK Fashion Manufacturing”, prodotto da ricercatori delle Università di Nottingham e Leicester in collaborazione con la ONG Transform Trade. Per redigerlo sono stati intervistati 48 produttori di abbigliamento di primo livello in Inghilterra, Scozia e Galles tra marzo e ottobre 2025, coprendo aziende che spaziano dalle piccole imprese a conduzione familiare alle attività più strutturate: si tratta del primo resoconto sistematico di come i produttori del Regno Unito percepiscono le pratiche di acquisto e contrattualizzazione dei marchi per i quali lavorano.
Il contesto è di significativa contrazione: solo a Leicester, un tempo uno dei centri di produzione di abbigliamento più attivi del Paese, si stima che il numero di produttori di abbigliamento sia crollato drasticamente, passando da circa 1.500 nel 2017 a soli 95 oggi. Sì, solo 95. Abbiamo parlato spesso di Leicester (anche qui) dove lo scandalo scoppiato nel 2020 sullo sfruttamento di alcuni lavoratori della filiera, ha distrutto l’immagine di un distretto che non è riuscito ad isolare le irregolarità e ripartire.



La ricerca rivela un trasferimento sistemico di rischio commerciale da marchi e rivenditori ai produttori:
Il 31% ha segnalato ordini annullati.
Il 78% ha riscontrato che i marchi si sono rifiutati di coprire i costi delle modifiche dell’ultimo minuto agli ordini confermati.
Il 75% ha affermato che i marchi non hanno adeguato i prezzi in linea con gli aumenti del salario minimo.
Il 67% ha presentato preventivi per ordini di grandi dimensioni che sono stati successivamente ridotti senza adeguamenti del prezzo unitario.
Il 52% ha dovuto affrontare l’imposizione di prezzi senza un dialogo significativo sui costi di produzione effettivi.
Il 44% ha segnalato richieste regolari di proroga dei pagamenti, con il 10% che ha subito ritardi di oltre tre mesi rispetto ai termini concordati.
Il 31% è stato penalizzato per ritardi nella consegna quando modifiche introdotte dai marchi hanno causato ritardi.
Il 29% ha ricevuto pressioni per sconti post-contrattuali.
Prima che un singolo capo raggiunga la fabbrica, un produttore del Regno Unito ha già speso denaro. Questo trasferimento del rischio non inizia al momento della produzione. Inizia nel momento in cui una fabbrica entra nell’orbita di un acquirente.
Per la maggior parte dei produttori, la prima esposizione finanziaria si verifica durante l’onboarding. Il rapporto ha rilevato che il 90% dei produttori è tenuto a completare un processo di onboarding formale prima di effettuare gli ordini, con audit e certificazione di sostenibilità tra i requisiti standard. I costi di audit variano da 1.000 a 4.000 sterline all’anno e, poiché diversi marchi preferiscono schemi di audit diversi, le fabbriche che lavorano con più acquirenti sono spesso tenute a finanziare diversi audit all’anno. La maggior parte degli intervistati, il 79%, ha dichiarato di non aver mai ricevuto alcun supporto finanziario o in natura dai marchi per coprire i costi di conformità ai requisiti di audit o di implementazione di azioni correttive.
La situazione peggiora ulteriormente nella fase di campionatura. Il 90% dei produttori ha dichiarato di sostenere l’intero costo di produzione dei campioni, con un costo stimato di circa 200-300 sterline a campione, ovvero circa 25 volte il prezzo di produzione unitario (questo dato ci fa capire il mercato in cui questi produttori lavorano, che non è certo quello del lusso). Secondo i dati dell’indagine, un produttore tipico si trova a dover sostenere costi iniziali di campionatura settimanali compresi tra 1.300 e 4.000 sterline, una parte significativa dei quali non verrà recuperata se gli ordini non si concretizzano. Quasi la metà degli intervistati (46%) ha riferito che era comune o molto comune che gli stili da loro progettati, prezzati e campionati venissero affidati a un’altra fabbrica, senza alcun compenso. Le fabbriche, di fatto, funzionano come risorse di progettazione e sviluppo non retribuite.
Il report conclude evidenziando come le pratiche documentate sono sistemiche. Gli autori del rapporto propongono al Governo UK di inserire un Garment Trading Adjudicator, supportato da un codice di condotta per la catena di fornitura obbligatorio per legge, come meccanismo per affrontare lo squilibrio strutturale. Una regolamentazione sempre più rigida può arginare certi comportamenti, ma secondo me sono una riflessione seria sull’etica in questo settore può aiutare ad instaurare rapporti più equi: le norme si aggirano, i principi ci guidano, se non sono solo di facciata.
I RESIDUI AGRICOLI POSSONO SOSTITUIRE I COLORANTI?
Un rapporto dell’APEC, l’Asia-Pacific Economic Cooperation, ha rilevato che i rifiuti agroindustriali possono sostituire i coloranti sintetici nella produzione tessile se vengono colmate le lacune nelle prestazioni tecniche. Non ho detto poco, lo so, perché questo è un grosso limite. Ma lo studio dal titolo “Agro-Industrial Waste as a resource for sustainable textile dyeing: a circolar economy perspective”, ha evidenziato come i residui agricoli possano diventare input scalabili per la creazione di coloranti biodegradabili, collegando i sottoprodotti agricoli ai processi di tintura industriale.
Secondo il report l’industria tessile globale ha un valore di 2,5 trilioni di dollari e attualmente perde il 10-15% dei coloranti sintetici nelle acque reflue. Ma scarti agricoli come bucce di cipolla, semi di avocado e bucce di melograno sono stati identificati come fonti valide di coloranti non tossici e biodegradabili. Vi ricordo che anche la Commissione Europea nella revisione della “Waste Framework Directive” ha fissato gli obiettivi sia per gli scarti tessili che alimentari, suggerendo che una possibile connessione tra i due settori potrebbe essere utile a entrambi.
Parlavano del problema delle performance: l’adozione di coloranti naturali rimane limitata da divari prestazionali misurabili rispetto alle alternative sintetiche, in particolare in termini di solidità del colore e durata. La valutazione APEC ha individuato la fedeltà tecnica come la barriera industriale determinante, rilevando che la maggior parte delle fonti di coloranti naturali fatica a soddisfare gli standard di solidità alla luce e al lavaggio richiesti per la produzione tessile su larga scala: circa il 90% delle fonti di coloranti naturali è risultato non conforme ai parametri di riferimento sintetici su questi due aspetti.
Per ottenere prestazioni più elevate è necessario passare da pratiche artigianali ad applicazioni semi-industriali utilizzando protocolli standardizzati e trattamenti enzimatici. L’analisi ha individuato un divario strutturale tra l’innovazione in laboratorio e l’applicazione commerciale, che limita la fiducia industriale nei coloranti a base di residui.
Il rapporto ha delineato quattro priorità per accelerare l’adozione industriale nelle economie APEC. Tra queste, la standardizzazione dei protocolli di estrazione e test, la conduzione di valutazioni complete del ciclo di vita per rafforzare l’allineamento con le etichette ecologiche, l’esplorazione delle proprietà multifunzionali dei coloranti e il progresso degli studi di scalabilità tecnico-economica per migliorare la competitività.
Se questo tema vi affascina, nel report trovate una lunga lista di studi che riguardano questo tema e che possono aprire la strada alla sperimentazione.
LA FRANCIA AUMENTA IL SOSTEGNO ALLA RACCOLTA DEI TESSILI
Il governo francese aumenterà il sussidio per la raccolta e la selezione dei rifiuti tessili di 40 euro a tonnellata, portando il sussidio a un totale di 268 euro a tonnellata nel 2026, con l’obiettivo di prevenire una “crisi profonda” e fallimenti a catena tra gli operatori. Questa decisione fa seguito all’intensa pressione sul settore derivante dal calo dei prezzi all’esportazione e dai volumi di rifiuti di bassa qualità. Il settore sta infatti affrontando il calo del valore di rivendita degli abiti usati, in particolare nei mercati africani, con un conseguente aumento delle scorte.
Il Ministero della Transizione Ecologica Francese ha annunciato questo sostegno per preservare le capacità industriali e prevenire i fallimenti. Il finanziamento mira a sostenere le infrastrutture di raccolta, selezione e riciclo. Intanto in Italia il vice Ministro Vannia Gava ha annunciato che la normativa EPR è in dirittura d’arrivo: sperando che tutte le parti interessanti abbiano fatto bene i conti con la realtà.
RICICLO, GESTIONE DEL FINE VITA, TRACCIABILITA’: LE TRE SFIDE DEL FUTURO PER IL MONITOR FOR CIRCULAR FASHION
Allungare la vita dei capi, gestire in maniera efficiente il loro fine vita, investire tecnologie di riciclo e tracciabilità: potremmo sintetizzare così le principali direttrici che vedranno impegnate le aziende del Monitor for Circular Fashion (M4CF) SDA Bocconi nel breve periodo. Le 27 aziende partner che includono brand e ingredient brand, imprese manifatturiere, retailers e service providers, hanno analizzato insieme la legislazione approvata e in fase di approvazione, oltre alle opportunità presenti sul mercato, per individuare punti critici e opportunità per il settore moda. Si tratta di alcune sfide in corso, mentre si evidenzia la preoccupazione per la necessaria mappatura della filiera e per la raccolta dei dati presso i propri fornitori: definire un sistema di due diligence della filiera è una priorità per la maggioranza delle aziende, impegnate nell’implementazione di tecnologie per il tracciamento e di sistemi che siano in grado di raccogliere e analizzare i dati, anche nell’ottica dell’introduzione del Digital Product Passport.
Il Monitor ha anche provato a misurare la conoscenza delle possibili applicazioni dell’AI all’interno delle aziende e la loro usabilità all’interno del settore. L’utilizzo più elevato da parte delle aziende del Monitor è relativo all’ e-commerce e alla produzione. L’AI può anche essere d’aiuto nella gestione della compliance, che a volte diventa un vero e proprio rebus quando si parla di mercati internazionali e prodotti complessi. Nonostante sia riconosciuta come uno strumento che potrebbe aiutare ad ottimizzare i processi, gli alti costi e la difficoltà a reperire competenze adeguate sono i principali ostacoli alla implementazione di strategie aziendali strutturate.
La nuova edizione del Report del Monitor for Circular Fashion è stata presentata giovedì scorso e contiene tanti spunti interessanti: ve li racconterò la prossima settimana insieme alla direttrice Francesca Romana Rinaldi in un nuovo episodio del podcast Circular Fashion Talks. Stay Tuned!
E intanto, buon caffè!
Si parla di riciclo "closed-loop" riferendosi a un processo di economia circolare in cui un prodotto a fine vita viene trasformato in materia prima seconda per produrre un nuovo oggetto identico o funzionalmente equivalente all'originale, senza sprechi di materiale. E’ il punto di arrivo che le politiche europee indicano per il settore tessile, ma raggiungerlo non è semplice. Radici Innova, Lycra e Triumph hanno realizzato un pilota, mettendo insieme le proprie competenze, affrontando anche la sfida del riciclo dell'elastane.
Ne parliamo in questo episodio del podcast con i protagonisti:
- Vanessa Occhetti, Head of Brand Marketing and Communications- Europe Triumph
- Stefano Alini, CEO Radici InNova RadiciGroup
- Alberto Ceria Technical Product Manager The LYCRA Company
Potete ascoltare l’episodio a questo link, su Spotify o sulle principali piattaforme audio.
Da leggere
ZWE: Riduzione dei rifiuti va finanziata dai sistemi di responsabilità estesa del produttore (EPR) - EconomiaCircolare.com
L’AI è solo un altro giocattolo di cui la moda si stancherà presto? - Nss Magazine
Dalla memoria, il futuro: un borgo abruzzese riparte dalla tradizione e dall’innovazione tessile - Il Sole 24 Ore Moda
Il Consiglio UE approva la semplificazione della reportistica sulla sostenibilità per aumentare la competitività dell’Europa - Corriere dell’Economia
Martedì 3 marzo alle 21 si apre il percorso di formazione online “Ma come ti vesti? - Guida per un armadio responsabile” organizzato dall’associazione Indifferenti: io sarò l’ospite della prima serata. Il corso dura 4 settimane, ed è completamente gratuito: negli appuntamenti successivi ci saranno Ilaria Chiavacci, Elena Ferrero, Deborah Lucchetti.
Qui il form per l’iscrizione e ricevere il link per seguire l’incontro.
Ed eccoci ai saluti. La primavera sta arrivando, fatevi avvolgere da questa bella sensazione di rinascita. Scrivetemi se vi va: silvia@solomodasostenibile.it



